Pillola abortiva, Ru486: l’aborto farmacologico (negato) in Italia

Introdotta in Italia nel 2010, la Ru486, la pillola abortiva è ancora al centro delle polemiche: solo il 15% degli aborti è farmacologico. Ecco il punto della situazione.

La Ru486 viene somministrata in ospedale e prevede un ricovero di 3 giorni: alcune regioni hanno avviato regimi in day hospital. © Wavebreak Media Ltd/123RF


Ru486: cos’è

Da un lato c’è la contraccezione d’emergenza - la pillola del giorno dopo e quella dei 5 giorni dopo -, che ha contribuito a ridurre il numero d’interruzioni di gravidanza. Dall’altro c’è la Ru486, la pillola abortiva, una pastiglia a base di mifepristone, sostanza in grado di fare le veci di un’operazione in anestesia generale. Una pillola approdata in Italia il primo aprile 2010 (in Francia, tanto per fare un paragone, ci arrivò nel 1988) ma, ad oggi, mal digerita per motivi ideologici, più che clinici. Collaudata da più di vent’anni in mezzo mondo - dagli Usa, alla Russia, dalla Tunisia al Sudafrica, dalla Germania a Israele, tanto per citarne alcuni -, promossa da tutti gli enti di controllo - dalla Fda (Food and Drug Administration) all’Aifa (agenzia italiana del Farmaco) passando per l'Emea (European Medicines Agency) - e inserita dall'Oms nell’elenco dei farmaci essenziali, in Italia resta la seconda scelta. Risultato: anche alla voce aborto farmacologico siamo il fanalino di coda. Eppure, il procedimento - che combina l’assunzione della Ru486 (la Myfegine, per interrompe lo sviluppo della gravidanza entro la settima settimana) e, due giorni dopo una prostaglandina per indurre le contrazioni e concludere l’aborto nell’arco di una settimana -, per quanto sia emotivamente complesso, è sicuramente meno invasivo e meno (fisicamente) faticoso di un intervento sotto i ferri. Inoltre, a differenza di un aborto chirurgico, dove la donna subisce l’operazione in anestesia, l’assunzione consapevole del farmaco permette una presa di coscienza maggiore di ciò che sta succedendo. Insomma, tutt’altro che una deriva morale o un aborto semplificato, come obiettano gli obiettori: la Ru486 evita la sala operatoria ma implica una maggior contezza.


Aborto farmacologico: un diritto (quasi) negato

Tanto per dare i numeri e fare i paragoni: in Francia il 57% degli aborti è farmacologico (e la Ru486 è dispensata dai medici di famiglia); in Svizzera il 68%, in Finlandia il 93%. E in Italia? Secondo la relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, solo il 15%. Un po’ pochino. Non solo: mentre nel resto d’Europa la pillola abortiva si può assumere entro le 9 settimane, in Italia il limite è fissato a 7. Un altro paradosso? Mentre l’aborto chirurgico si fa in day hospital, quello farmacologico prevede un ricovero ospedaliero fino alla “avvenuta espulsione del prodotto del concepimento”, come si è raccomandato il Consiglio Superiore di Sanità. Il che, in un Paese che fa i conti con la carenza cronica di posti letto negli ospedali e dove gli obiettori di coscienza sono 7 ginecologi su 10 sono e il diritto ad abortire, per citare il Consiglio d’Europa di Stasburgo è applicato “a singhiozzo” e mette a rischio la salute delle donne, non è di certo un incentivo. 

Ma siamo in Italia e ogni regione fa per sé: la maggior parte si attiene alle linee guida prevedendo il ricovero di 3 giorni, qualcuna la somministra in day hospital (dall’Emilia Romagna alla Toscana, passando per il Lazio e per ultima la Puglia) qualcuna non la prevede proprio. Tipo le Marche, Senigallia esclusa dove nel 2016 è partita la sperimentazione in ambito ambulatoriale che ha coinvolto anche i consultori.


Aborto con pillola: la petizione

Ecco le ragioni che, lo scorso 28 settembre, hanno indotto le ginecologhe Anna Pompili e Mirella Parachini (quest’ultima anche presidente della Fiapac - Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione) ad avviare una petizione rivolta alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin e che mira ad allargare l’accesso all’aborto farmacologico anche ai consultori e in contesti ambulatoriali. La petizione, che ha già collezionato più di 6mila firme, è stata sottoscritta (tra gli altri) anche dall’Associazione Luca Coscioni, da Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto) e da Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica). All’origine della richiesta, l’obiezione alla tesi della Ministra Lorenzin secondo cui il ricovero è necessario per non lasciare la donna da sola in un momento così delicato: “sarebbe meno sola se potesse stare a casa con le persone a lei care - obietta Anna Pompili - invece che in ospedale, ignorata dal personale sanitario che non è tenuto a fare assistenza psicologica”. A chi obietta quest’affermazione, l’invito ad essere obiettivi.

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