Zizzania: pianta simbolo di chi semina cattiveria social

Giulia Vola

La zizzania, anche detto loglio cattivo, è l'erbaccia che infesta i campi di grano: dalla parabola del Vangelo ai social, chi la semina oggi si chiama hater ed è punibile per cyberbullismo.

La zizzania social è il cyberbullismo, un reato dal giugno 2017. © subbotina/123RF


Nella parabola del Vangelo un “nemico”, di notte, semina la zizzania - la pianta tossica che si confonde con il grano - nel campo di un uomo. Quando costui se ne accorge, per evitare di sradicare il frumento estirpando l’erbaccia, ordina di lasciarle crescere entrambi e, solo al momento della mietitura, di raccogliere per prima la zizzania e quindi di bruciarla. Nel mondo social si è fatto tutto più complicato, liquido. Chi semina zizzania contamina e impregna la rete d’odio e discordia in tempo reale. Loglio cattivo (l’altro nome dell’erbaccia) in versione 2.0 non è più estirpabile, incastrato com’è in frasi incancellabili.


Gli haters: seminatori professionisti

Se la prendono anzitutto con le donne, poi con gli omosessuali e gli immigrati, con i diversamente abili e gli ebrei. Sono gli haters professionisti analizzati dallo studio di Vox che, passando in rassegna più di 2,6 milioni di cinguettii (anti)social, ha estrapolato i bersagli più colpiti a suon di “troia” e “zoccola”, “frocio”, “tagliagole” e “terrorista”, “demente” e “ritardato”, “rabbino”. Si nascondono dietro a (improbabili) nickname, scagliano “parole che diventano pietre” per sfogare la loro paura del diverso, del costume che cambia o di ciò che è al di fuori della loro portata. Seminano zizzania per rastrellare consensi, per sentirsi meno soli ed emarginati. Nel frattempo, nascosti dall’anonimato, intossicano il sistema di pregiudizi e offendono, umiliano e feriscono le vittime che, invece, hanno un nome, un cognome e una reputazione distrutta.


La zizzania social: cronache degli ultimi tempi

Per farsi un’idea di quanto sia diffusa la coltivazione della zizzania basta leggere la cronaca degli ultimi mesi sulle bacheche social. Le due studentesse protagoniste del presunto stupro a Firenze sono state bollate “zoccole americane” e “puttanelle strafatte”, la presidente della Camera Laura Boldrini (come ha lei stessa denunciato postando uno screenshot degli insulti ricevuti sulla sua bacheca Facebook) “faccia di cazzo” e “grandissima puttana” (senza voler scendere nei dettagli di quello che le augurano). Andando a ritroso nel tempo si potrebbero citare gli insulti a Giorgia Galassi, sopravvissuta alla slavina di Rigopiano e colpevole di aver postato una foto che la mostra sorridente, o quelli che hanno ucciso Tiziana Cantone. La zizzania di oggi non si brucia, brucia.


La zizzania 2.0: il cyberbullismo

Brucia fino ad uccidere, al punto che seminare la zizzania del Terzo Millennio, il cyberbullismo, nel giugno 2017 è diventato un reato. La legge prevede che la vittima possa chiedere l’oscuramento e la rimozione delle offese; che se ciò non avviene entro 48 ore possa appellarsi al Garante della Privacy, tenuto a intervenire nelle successive 48. Il fatto è che le reti della ragnatela sono infinite e, estirpata di qua, la zizzania rispunta di là, sul motore di ricerca, per esempio o nelle chat.

Ecco perché, più che combatterla, è importante prevenirla, educando, concimando i campi, le giovani menti, le generazioni di domani, sperando che quelle ormai perdute, una volta ignorate, perdano vigore. Operazione che la legge intende fare nelle scuole, prevedendo la nomina di un referente preposto alle azioni per contrastare il cyberbullismo. Il miglior concime contro la zizzania social è l’intelligenza, l’empatia e la dignità umana concetti a cui dovremmo tendere tutti. Anche solo per senso di sopravvivenza ché i semi della zizzania non guardano in faccia a nessuno e il prossimo campo infestato, la prossima bacheca presa di mira, potrebbe essere proprio quello di un hater.

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