Pubblicità sessiste: il sesso non vende più

Giulia Vola

Uno studio dell'Università dell'Illinois rivela che le allusioni al sesso in pubblicità non ripagano più, anzi, molto spesso danneggiano il brand. 

Lo spot di Carl's Jr andato in onda al Super Bowl 2015 avrebbe decretato la fine del binomio sesso-prodotto. © YouTube


C’erano una volta Solvi Stubing, la bionda che si faceva chiamare “la tua birra” nello spot della Peroni, il lato B di Roberta (Michelle Hunziker) che, stampato sui cartelloni a bordo strada, distraeva gli automobilisti al punto da dover essere rimosso con una legge apposta e c’era quello di Charlize Theron a Portofino, nello spot del Martini Campari, indimenticabile. C’era un tempo in cui l’allusione al sesso faceva vendere un prodotto: oggi non è più così, anzi, secondo uno studio pubblicato sull'International Journal of Advertising, ammiccare in maniera maliziosa penalizza il marchio.


Spot sessista: fine di un'epoca

La fine di un’epoca è datata 2015, con lo spot della catena Carl's Jr andato in onda durante il Super Bowl che aveva per protagonista una bella e super sexy bionda che si mangiava un hamburger passeggiando in un mercato agricolo. Il flop fu tale (il 52% dei consumatori lo trovò offensivo e irritante, per il 32% fu una caduta di stile) che l’emerito professor John Wirtz, docente in materia pubblicitaria all'Università dell’Illinois, affrontò la questione e concluse che lanciare messaggi subliminali, stimolare i sensi con l’erotismo non serve a imprimere nella testa dei consumatori un brand o un prodotto. Anzi, in tempi politically correct, se rimane in testa la ricaduta è più che altro negativa. Un passo avanti che, stando alle conclusioni di Wirtz, va attribuito alla noia, più che alla consapevolezza. Per la serie: cari pubblicitari, avete usato (abusato) così tanto il sesso come tattica per sedurci che a noi consumatori non fa più alcun effetto. Anzi, ci da pure un po' fastidio.


Allusioni sessuali? No grazie

Take a peek: @karate_katia, photographed by @harleyweir for the Spring 2016 advertising campaign. #mycalvins

Un post condiviso da CALVIN KLEIN (@calvinklein) in data:


Che il vento fosse cambiato era già emerso all'indomani dello spot di Calvin Klein per la collezione primavera-estate 2016 ad aver ricevuto una pioggia di critiche. All’hashtag #mycalvins, le protagoniste - le modelle Abbey Lee Kershaw e Kendall Jenner e l’attrice danese Klara Kristin - erano state fotografate da sotto la gonna, in scatti tanto, troppo hot, secondo molti. Più che una vena artistica, i detrattori hanno letto la mercificazione del corpo femminile. Soprattutto alla luce dell’invito - “Date un’occhiata” - lanciato da Calvin Klein su Instagram. L’ennesima provocazione che, direbbe il professor Wirtz, ormai annoia. E finalmente indigna.
 

La donna come un’auto usata

Teoria a cui avrebbe dovuto attenersi l’Audi nel confezionare lo spot definito “disgustoso" e "spazzatura sessista”, per citare i commenti più moderati che ha suscitato in rete e sui social. Trasmesso nei cinema cinesi e online, la pubblicità mostrava una suocera intenta a controllare la promessa sposa del figlio a pochi minuti dal sì: tirata di naso, ispezione dentale, controllo delle orecchie e poi l’ok. Gli sposi si rilassano ma una voce fuoricampo ricorda che "una decisione importante deve essere presa con attenzione”, allo sposo viene mostrata un’auto fiammante, poi una serie di auto usate. Apriti cielo. "Non riesco neanche a guardarlo - scriveva un utente su Weibo, il social in salsa cinese a metà strada tra Facebook e Twitter -. E sono un uomo". Ritirato con annesse scuse dal brand, lo spot ha confermato che qualcosa è cambiato nel mondo della pubblicità.
 

 

Copyright foto: YouTube

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