Aborto volontario: un diritto a rischio non solo in Polonia

Giulia Vola

Mentre la Polonia prova a vietarlo e Donald Trump promette leggi restrittive, l'aborto clandestino resta la prima causa di morte per le donne in età fertile.

Migliaia di persone sono scese in piazza in Polonia per manifestare contro la proposta di legge che vuole vietare l'aborto. © Sipa

Ci sono sei paesi nel modo in cui una donna non ha diritto all'aborto nemmeno se è in pericolo di vita. Succede in Cile, in Nicaragua, a El Salvador, a Malta, nella Repubblica Dominicana e nello Stato Vaticano (anche se qualcosa qui potrebbe cambiare in futuro). Ce ne sono altri cento (la maggior parte in Africa, Sud America e Medio Oriente ma anche nell’europea Irlanda dove lo scorso 24 settembre più di 25mila persone sono scese in piazza sperando in un cambiamento) in cui è permesso se si rischia la morte ma non se si è state stuprate. In media sono tre paesi su dieci a permetterlo in ogni caso, “anche se in molti di questi Stati la donna non può interrompere la gravidanza superate un certo numero di settimane (per esempio venti settimane)” precisa l’ultimo report del Pew Research Center che monitora la situazione nel mondo.  

Interruzione di gravidanza: un diritto negato (inutilmente) 

Il problema è che leggi repressive non comportano inferiori tassi di aborto. Anzi, succede il contrario. Ecco perché la legge che sta discutendo (e spaccando) la Polonia che vuole vietare del tutto l’aborto e quelle che ha promesso Donald Trump non sono solo incivili ma anche inutili ai fini del risultato. Sempre che il risultato sia proteggere la vita, s’intende. 

Perché, come ha evidenziato un recente rapporto del Guttmacher Institute statunitense e dell'Oms, oltre ad essere un intervento a basso rischio (a dispetto degli anti-abortisti), laddove è concesso la media è di 34 aborti ogni 1000 donne (e i dati sono in discesa), laddove è proibito sale a 37 (e il trend è in crescita) con tutte le conseguenze che un aborto clandestino comporta. Tipo essere la prima causa di morte tra le donne in età fertile. Sono più di 43mila quelle che, ogni anno, perdono la vita sotto i ferri sporchi. Un’epidemia d’ignoranza contro cui lotta un un network di 1.800 associazioni e gruppi sparpagliati in 115 Paesi che con una lettera al segretario generale Ban Kii-Mon hanno chiesto alle Nazioni Unite di fissare nel 28 settembre la data ufficiale per il diritto all’interruzione di gravidanza ospedalizzata, “una delle procedure mediche più sicure - scrivono nell'appello - eppure metà di tutti gli aborti nel mondo non sono eseguiti in condizioni di sicurezza”. Il che, ha come unico risultato quello di foraggiare la criminalità organizzata e i ciarlatani.  

Aborto in Italia: legge 194, obiezione di coscienza e sanzione

Per quanto riguarda l’aborto in Italia, la legge 194 lo permette su richiesta dal 1978 ma la realtà è ben diversa a causa dell’elevato numero di obiezioni di coscienza: l’applicazione “a singhiozzo” - per usare le parole del Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa che ha accolto un ricorso della Cgil - può "comportare notevoli rischi per la salute e il benessere delle donne interessate, il che è contrario al diritto alla protezione della salute". Nell’attesa che dalle parole si passi ai fatti, il turismo abortivo e gli aborti clandestini non sono più retaggi del passato ma tristi riscoperte del presente. 

In un intervento al Parlamento europeo lo scorso 28 settembre, Silvana Agatone, presidente della Laiga (Libera associazione italiana ginecologi non obiettori) ha ricordato come "nel 2013 la percentuale di ospedali che erogano il servizio è scesa al 60%, quando nel 2012 era il 64%" e invitato i presenti a riflettere sulle difficoltà quotidiane dei ginecologi non obiettori "lasciati completamente soli per un abuso del concetto di obiezione di coscienza". Uno scenario drammatico, confermato dagli operatori sanitari: "ragazze costrette a fare la fila dalle 5 del mattino davanti ai pochi ospedali che praticano gli aborti per non perdere il turno” ha riportato la Agatone.

In tutto ciò, lo scorso 15 gennaio il Governo ha introdotto nella legge sull'aborto sanzioni fino a 15mila euro alle donne che ricorrono ad operazioni clandestine. Una palese violazione dell’articolo 19 della legge 194 che prevedeva una multa simbolica (51 euro) in caso d’intervento clandestino così da facilitare l’accesso in ospedale in caso di complicazioni e la denuncia. Per la serie due mali al prezzo di uno, ora saranno sempre meno le donne disposte a farsi curare dai medici e a smascherare i ciarlatani. Insomma, nell’Italia che una legge sull’interruzione di gravidanza ce l’ha da quasi 40 anni, l’aborto volontario non ha i tipici tratti di un diritto.

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